I Campi Flegrei tornano al centro dell’attenzione scientifica. La grande caldera vulcanica alle porte di Napoli, interessata da una fase di unrest ormai in corso dal 2005, è oggetto di un nuovo studio che potrebbe cambiare il modo in cui si prevedono i terremoti in ambienti vulcanici. La ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale Seismica, mostra che includere le informazioni sulla deformazione del suolo nei modelli di sismicità a breve termine consente di migliorare sensibilmente le prestazioni di previsione.

Negli ultimi vent’anni l’area flegrea è stata interessata da un progressivo sollevamento del suolo accompagnato da un aumento della sismicità, con eventi spesso avvertiti dalla popolazione, soprattutto a partire dal 2020. Prevedere l’evoluzione di questi terremoti resta una sfida complessa, sia per la comunità scientifica sia per la gestione del rischio.

I limiti dei modelli sismici tradizionali

I modelli statistici comunemente utilizzati per la previsione a breve termine dei terremoti si basano quasi esclusivamente sui cataloghi sismici, analizzando come un evento possa innescarne altri nel tempo. Questo approccio funziona bene in molte aree tettoniche ma mostra limiti evidenti in contesti vulcanici, dove la crosta terrestre è soggetta a forzanti variabili e non sempre visibili.

Processi come la risalita di magma, la circolazione di fluidi e la deformazione lenta delle rocce modificano lo stato di stress della crosta senza produrre immediatamente terremoti. Ignorare queste componenti significa trascurare una parte cruciale del sistema.

L’innovazione: un modello che unisce sismi e deformazione

Lo studio propone un’evoluzione del modello ETAS (Epidemic Type Aftershock Sequence), uno degli strumenti più diffusi in sismologia statistica. La novità consiste nell’introduzione dei dati di deformazione del suolo, misurati tramite stazioni GNSS (GPS ad alta precisione), direttamente all’interno del modello.

In pratica, la velocità di deformazione del suolo viene utilizzata per rendere variabile nel tempo il cosiddetto “tasso di fondo” della sismicità, cioè la componente di terremoti non direttamente collegata all’innesco di eventi precedenti. Il risultato è un modello che non guarda solo al passato sismico ma anche all’evoluzione fisica della caldera.

Dieci giorni di ritardo tra deformazione e terremoti

Analizzando undici anni di dati, dal 2013 al 2024, i ricercatori hanno individuato un elemento chiave: l’attività sismica dei Campi Flegrei risponde alla deformazione del suolo con un ritardo medio di circa dieci giorni. Questo legame temporale è stato quantificato attraverso una funzione di risposta empirica che descrive come lo stress accumulato si traduca, nel tempo, in terremoti.

Il ritardo osservato suggerisce che i terremoti non siano una risposta immediata allo stress ma il risultato di processi più lenti, come la diffusione dei fluidi o il rilassamento viscoelastico delle rocce. Un comportamento coerente con la natura complessa dei sistemi vulcanici.

Modelli a confronto: chi prevede meglio?

Il confronto tra il modello ETAS classico e quello arricchito con i dati di deformazione mostra un miglioramento significativo delle prestazioni del secondo. Il criterio di Akaike (AIC), utilizzato per valutare il compromesso tra qualità dell’adattamento e complessità del modello, indica che l’approccio basato sulla deformazione fornisce una descrizione più efficace della sismicità osservata.

In termini pratici, questo significa che parte dei terremoti considerati “di fondo” nei modelli tradizionali può essere spiegata come risposta a processi di deformazione misurabili, riducendo l’incertezza interpretativa.

Verso una previsione più fisica del rischio sismico

Gli autori dello studio sottolineano che il lavoro rappresenta una prova di concetto, non ancora uno strumento operativo. Saranno necessari ulteriori test, anche su altri vulcani e in modalità pseudo-prospettica, prima di poter integrare questo approccio nei sistemi di previsione utilizzati dalla protezione civile.

Restano alcune criticità, come l’uso di una singola stazione GNSS per rappresentare un’area complessa e la necessità di dati continui e di alta qualità in tempo quasi reale. Tuttavia, il messaggio che emerge è chiaro.

Sismologia e geodesia, una strada obbligata

La previsione dei terremoti nei Campi Flegrei – e più in generale nelle aree vulcaniche attive – non può prescindere dall’integrazione tra sismologia e geodesia. Unire ciò che “si sente” con ciò che “si muove” permette di costruire modelli più realistici, capaci di interpretare segnali complessi in uno dei territori più delicati e monitorati d’Italia.

*Pozzuoli News 24 è anche su WhatsApp. E’ sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati.

L’articolo Campi Flegrei, la terra parla: i terremoti potranno essere previsti grazie al movimento del suolo proviene da Pozzuoli News 24.

(Visited 1 times, 1 visits today)
Condividi su :

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close Search Window